Scorpiofobia

Avevo un braccialetto, ma l’ho perduto.

Per fortuna l’ho fotografato pochi giorni prima di perderlo. Potete vederlo qui sotto, in tutta la sua magnificenza.

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Braccialetto con scorpione, gomma e alluminio, marzo 2016.

Dovete sapere che mia madre, come tutte le madri della specie mamma sapiens che abitano questo pianeta, ha il potere di far sparire le cose semplicemente mettendole in ordine. Ho commesso l’errore imperdonabile di lasciare un oggetto incustodito sul tavolo della mia stanza. E ora puf! è sparito. Colpa mia: avrei dovuto prevederlo.

Era un braccialetto di gomma con una placchetta di alluminio, di quelli che si trovano al mercato, in un negozio di bigiotteria o robaccia simile. Sulla placchetta, come potete vedere, era incisa la sagoma di uno scorpione. Questo non perché io sia del segno zodiacale dello Scorpione – dato che, per la cronaca, sarei Pesci – o perché sia un’amante di questi simpatici abitanti del deserto.

In realtà sono affetta da scorpiofobia.

Che come parola non esiste neppure. Il termine esatto è aracnofobia che, come dice il portale Garzanti, sarebbe questa roba qua:

aracnofobia

[a-rac-no-fo-bì-a] n.f. m

pl. -e
(psich.) paura irrazionale, reazione fobica di repulsione nei confronti dei ragni

Etimologia: ← comp. del gr. aráchnē ‘ragno’ e -fobia.

Non mi piace inventare parole nuove. Se stavolta mi tocca farlo, è perché non esiste in italiano, in inglese o in qualche altra lingua degli uomini una parola che definisca esattamente la mia paura. Io non ho paura dei ragni: ho paura solo degli scorpioni. Non ho idea di che cosa esattamente mi provochi un terrore del genere verso quei corpicini nerboruti, tutti zampette e pallette nere lucide, quegli scatti rapidissimi a zig zag e quel codino acuminato dalla parte opposta delle tenaglie ricurve. Forse un po’ tutte le cose che ho appena elencato, credo.

So solo che da quando me ne son trovata uno sul piatto della doccia (mentre la doccia la stavo facendo, e quel cosino malefico è strisciato dentro da un buchino dello scolo), sono diventata cosciente di questo terrore e non me ne sono più liberata.

Dice: perché gli scorpioni e non le tarantole? Perché non le vipere, le blatte, i millepiedi, i calabroni o le tigri del bengala? Ecco, non lo so perché. Ma se mi capita di vederne uno, prima mi paralizzo, poi comincio a iperventilare, dopodiché emetto una serie di stridolii dalla bocca e dal naso generalmente accompagnati da un balletto saltellato, simil-tarantella, e alla fine corro come il vento in qualsiasi direzione libera – purché sia lontano da quella schifezza ambulante.

Ovviamente, gli scorpioni non sono l’unica cosa che temo. Ma credo che siano l’unica cosa capace di farmi ballare come nemmeno Ginger Rogers saprebbe fare. Bestiacce maledette.

Comunque, per quale arcano motivo portavo un braccialetto con sopra uno scorpione (grazieaddio non vero) prima che mia madre facesse magicabula e me lo buttasse chissà dove? Per affrontare quotidianamente la mia paura. Quella sagoma a forma di scorpione serviva a ricordarmi che, anche se mi augurerei di no, ogni giorno posso trovarmi in mille situazioni di paura che devo, devo riuscire a superare. E non sto parlando solo di scorpioni: uno scorpione è molto più raro di un litigio, di un incidente, di un imprevisto, di un’angoscia che non ti dà tregua. Lo scorpione è la summa delle mie paure, e un costante promemoria a superarle.

Ma Madre la Cestinatrice non guarda in faccia a niente e a nessuno. Tenetelo a mente.

Se non conoscete Matt Corby, dovreste.

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Spoiler alert: questo post contiene pubblicità autopromozionale.

Ho scritto questa recensione su Matt Corby. Ma chi accidenti è Matt Corby? vi starete chiedendo. Ebbene, il solo fatto che ve lo stiate chiedendo mi offende profondamente. Leggete la mia recensione, oppure digitate matt corby sul vostro motore di ricerca preferito, o magari cercatelo direttamente su YouTube – e scopritelo.

Vi assicuro che non ve ne pentirete.

 

Come mi sono immaginata che la donna dovesse presentarsi a un colloquio di lavoro qualsiasi, e quello che ne è seguito.

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J.W. Waterhouse, Sirens, 1891.

Ringrazio valigiadicaffe per avermi dato un’idea. Ancora una volta.

Buonasera. Mi chiamo Donna, sono italiana e ho un’età media che va dai venticinque ai sessantacinque anni. Probabilmente ci siamo già visti: sa, da un punto di vista strettamente anatomico assomiglio molto a sua sorella, sua cognata, sua zia quella grassa, sua zia quella secca, sua moglie, la dermatologa di sua moglie, la colf di sua moglie, la migliore amica di sua moglie, la scrittrice preferita di sua moglie, la sua attrice preferita, la sua segretaria, la fruttivendola dietro l’angolo, la fioraia del cimitero, la signora gentile della cartoleria, la sua cotta delle scuole medie, la sua professoressa delle scuole medie, la sua bidella delle scuole medie, l’ausiliaria del traffico di fronte alla scuola elementare, la sua maestra, la dentista che ha infestato i suoi peggiori incubi notturni e diurni, l’infermiera che le ha fatto il vaccino contro il morbillo, l’ostetrica che l’ha tirata fuori dalla passera di sua madre e, naturalmente, sua madre.

Le mie precedenti esperienze riguardano essenzialmente il lavoro a tempo indeterminato, prevalentemente subordinato, ovviamente full time. Mi sono distinta nel settore ortofrutticolo, dove ho ricevuto una menzione speciale nel reparto raccolta mele proibite: grazie al lavoro da me svolto, l’azienda per la quale al tempo lavoravo, la Consorzio Umano Srl, ha avuto modo di effettuare una dislocazione strategica dell’azienda dalla sua sede originaria presso Giardino dell’Eden per sperimentare il lancio di una nuova serie di prodotti quali dolori del parto, asprezza del lavoro della terra con annesso sudore della fronte, spine, triboli, il noto brand “polvere sei e polvere ritornerai”, confusione delle lingue, cataclismi, pestilenze, febbre bubbonica e morte.

Successivamente ho fatto un’esperienza di lavoro all’estero, per la precisione in Grecia, dove mi sono occupata di relazioni internazionali presso il Ministero degli Esteri. Il mio contratto di lavoro con l’ente in questione si è però bruscamente interrotto quando ho involontariamente provocato almeno un paio di malintesi fra potenze mediterranee, con conseguente strage di eroi e indicibili lutti e immani sciagure presso una nota città del mondo antico, da cui successivamente è stato ricavato per la sottoscritta l’appellativo poco lusinghiero di troia.

Di ritorno in Italia, ho deciso di mettermi in proprio, aprirmi una bella partita Iva e farmi strada nel mondo del marketing: all’inizio mi occupavo principalmente della promozione di prodotti per la pulizia e prodotti per la casa in genere – si andava dalle scope ai calderoni fino a una vasta serie (molto carina devo dire) di contenitori per pozioni e sortilegi. Lo step successivo per il mio piccolo business è stato quello della promozione di eventi di spettacolo e musica popolare, per esempio riti di profanazione, stragi di infanti, voli sabbatici, riti voodoo, accoppiamenti con Satana, non so se ha presente il genere. Perché ho interrotto questa attività? Diciamo che a un certo punto i miei interessi sono entrati in conflitto con quelli di una nota multinazionale, una di quelle secolari, con sede legale a Roma e numerosi rappresentanti sparsi sul territorio: ebbene, i toni si sono alzati, fino a diventare molto accesi, direi quasi infiammati. Non mi vergogno di ammettere di essere uscita un po’ bruciata da questa esperienza.

Da allora il mio profilo lavorativo si è diversificato notevolmente, anche se seguendo un andamento di upgrading molto lento e decisamente discontinuo: ho lavorato nel settore del motivational coaching, fungendo da intermediaria e supporter emozionale nel ramo del B2B: relazioni poeta-musa, pittore-tela, molte volte anche monarca-popolo – in effetti più di quanto si possa immaginare. In tempi più recenti, mi sono specializzata nel lavoro da casa, specialmente nei settori babysitting, home-caring e housekeeping: in virtù alla mia rinuncia a posizioni di primo piano in ambito professionale e accademico, del mio non essere ebrea e del mio consenso a indossare tinte scure, meglio ancora se dichiaratamente nere, sono stata meritevole di numerosi incentivi finalizzati alla procreazione, attività per la quale sono naturalmente portata.

Nel tempo libero amo rivoluzionare il sistema pedagogico internazionale, capire come si accresce la fibra nervosa, prendere un Nobel di quando in quando. Tra le attività con cui amo riempire il mio tempo libero ci tengo a menzionare anche la corsa a staffetta: trovo congeniale alla mia natura l’idea di correre correre correre, a perdifiato, sola contro il vento, di spaccarmi il polmoni e rompermi il culo per poi consegnare il frutto del mio duro lavoro all’uomo che mi sta aspetta al traguardo. Amo contraddirmi e farmi contraddire, niente mi rende più felice dell’autosabotaggio.

Colgo qui l’occasione per informarla che tendo a perdere fluidi corporei almeno una volta al mese; che potrei manifestare la volontà di intraprendere una relazione di coppia stabile e duratura; e che, a un certo punto della mia vita, c’è la concreta possibilità che io sviluppi un gonfiore a livello ventrale, un gonfiore che potrebbe peggiorare col tempo, fino a modificare in maniera drastica la mia forma fisica. Ma non si preoccupi: dopo nove mesi in genere il problema si risolve da sé.

Al momento attuale sono alla ricerca di una nuova identità, ed ecco il motivo per cui sono qui oggi. Sarei enormemente interessata a lavorare nel settore dello smaltimento dei rifiuti: ho tanta merda accumulata sul mio capo nel corso del tempo, avrei proprio bisogno di togliermela di dosso.

La ringrazio per avermi concesso il suo tempo. Spero che sentirà ancora parlare di me.

La felicità.

In quanto disoccupata, ho deciso di iscrivermi a un corso di formazione che mi illuda di non esserlo, almeno per un po’. Il corso in questione prevede una formazione di 168 ore complessive per l’inserimento nel campo della segreteria d’ufficio, pubbliche relazioni, risorse umane e altri bei lavori all’aria aperta come questi. Tuttavia, la prima lezione di questo corso di formazione non aveva nulla, dico nulla a che fare con nessuna di queste cose. Nell’auletta claustrofobica in cui mi sono stipata insieme ad altre diciannove persone ho incontrato una psicologa del lavoro e delle organizzazioni, nonché life-mental coach, life sport, team coach, coach adolescenziale, formatrice di formatori e un’altra quarantina di titoli che non starò qui ad elencare perché vedo già qualche capello grigio spuntarmi al lati delle tempie. (Esiste una figura professionale che si chiama “formatore di formatori”. Ma chi forma i formatori di formatori? I formatori di formatori di formatori? Se ciò fosse vero, fra cinquant’anni potremmo avere formatori di formatori di formatori di formatori di formatori di formatori di formatori.)

Vestita come una modella stagionata della collezione Armani autunno-inverno 1985/86, la formatrice di formatori ci ha parlato del suo concetto di felicità.

Chiudete gli occhi: immaginate che sia freddo fuori, ma che voi siate seduti davanti al tepore confortante di un caminetto; avete tra le mani la vostra bevanda preferita, e la state sorseggiando; in sottofondo, la radio passa proprio un brano del vostro cantante preferito. Come vi sentite adesso? Felici, vero? Perché? Perché la felicità passa attraverso i sensi. Quando siamo felici? Risposta: quando soddisfiamo i nostri sensi. Siamo felici quando mangiamo il nostro piatto preferito; quando ascoltiamo il pezzo che ci dà la carica; quando vediamo la persona che amiamo; quando tocchiamo qualcosa che dà una bella sensazione al palmo della nostra mano. Non nascondetevi! Spalle dritte e petto in fuori: se il mondo vi vede felici, voi siete felici. La felicità è una cosa semplice.

Troiate.

Serenamente convinta delle sue idee, la formatrice di formatori non si è accorta della mia testa che si muoveva lenta da destra a sinistra e ritorno in mezzo alle altre che annuivano. La poveretta non si è nemmeno resa conto di aver commesso un imperdonabile errore semantico. In altre parole, non aveva la minima idea che quello di cui stava parlando non si chiamava felicità. Quello di cui stava parlando era piacere, non felicità. Se mangio qualcosa che mi piace, ho la bocca piena del suo buon sapore, e questo mi crea piacere. Ma sfido qualunque malato terminale a mangiare una fetta della sua torta preferita e a dire con convinzione: ah, sono proprio felice. Il piacere passa per i sensi. La felicità passa per la mente.

Chiudi gli occhi. Immagina di aver realizzato un progetto che tieni chiuso a chiave nella mente da anni. Immagina di averlo realizzato bene. Immagina che le persone che hai coinvolto in questo progetto te ne siano grate, che non dimenticheranno chi sei e che cosa sei stato in grado di fare. Come ti senti ora?

La felicità è uno stato mentale. È il sogno di sapere di fare la cosa giusta, di creare qualcosa per te stesso e per chi scegli di volere con te, sapendo che durerà, che ci sarà dopo di te così come lo vedi nel momento in cui lo raggiungi. La felicità è la cosa più ideale e indefinita dopo la pensione contributiva e il succo d’arancia biologico senza grumi. La felicità la raggiungi con sforzi continui e costanti e una ferrea volontà e un’intenzione fissa e precisa, ma anche alla fine di una serie di azioni fatte completamente a casaccio; la raggiungi in una gelida sera d’inverno chiuso in casa davanti alla tv o in una tenera alba d’estate in mezzo alla tangenziale in viaggio verso il posto di lavoro; la felicità è piccola ma enorme, ansiogena ma calmante, una goccia e un tuono, è e non è. La felicità è la cosa più difficile dopo il sudoku livello diabolico.

Spalle dritte ‘sta ceppa.

 

Macbeth

La mia recensione su un film che ho atteso per mesi (e mesi e mesi), se proprio volete sapere cosa ne penso.
Macbeth (2016)
Regia di Justin Kurzel

La storia del Macbeth di William Shakespeare è una storia semplice: c’era una volta un nobile guerriero che, preso da smisurata ambizione, uccise il suo re per prenderne il posto; divenuto tiranno e rimasto solo, ricevette infine la giusta punizione per i suoi orrendi crimini. La stessa trama lineare è riproposta con scrupolo quasi filologico nell’omonimo film di Justin Kurzel, regista australiano già premiato per i meno noti Snowtown (2011) e The Turning (2013), che ritorna al cuore del dramma shakespeariano saltando la mediazione del più famoso adattamento di Polański del 1971: se quest’ultimo sceglie di mostrare l’orrore del sangue e del tradimento, in un sabba isterico di violenza che trascina vorticosamente il protagonista verso l’abisso della sua sete di potere, Kurzel rallenta decisamente il passo, ambientando la vicenda in un mondo gelido e austero in cui uomini e donne si lasciano guidare dalla fatalità di una scelta che sentono come profondamente estranea alla propria natura, eppure al tempo stesso terribilmente necessaria. Per accrescere l’impressione di opprimente solitudine che circonda questi personaggi – Macbeth e Lady Macbeth in primis, interpretati da un Fassbender e da una Marion Cotillard splendidi e ipnotici come effigi – il regista li colloca con grande efficacia al di fuori del mondo chiuso e urbano dei castelli e delle torri, abbandonandoli nell’enormità della natura spietata del Medioevo profondo. Dimenticate la Scozia madre selvaggia delle scene di Braveheart: lo spazio in cui Kurzel ambienta la maggior parte delle sue scene è una landa desolata che giace sotto un cielo crudo e soffocante, un globo freddo in cui anche il più spietato degli assassini non è nient’altro che un uomo piccolo e solo. L’uso di una policromia disossata, l’immersione dei personaggi ora nella tenebra, ora in una luce così abbagliante da inghiottirne le sagome, più spesso in una fitta nebbia popolata di ombre – tutto questo rende figure e vicende più evanescenti, sfumandone i contorni fisici, cosicché lo spettatore abbia la sensazione che la vicenda sia ambientata in un limbo irreale, un cupo purgatorio privato di qualsiasi speranza di redenzione: Macbeth è nient’altro che un’ombra che si materializza, trionfa e infine soccombe, accosciato nella nebbia, svanendo nell’aria (‘[…] and what seem’d corporal melted / As breath into the wind’, I, iii). L’altra metà tragica della vicenda, impersonata dalla parabola di Lady Macbeth, ‘dolce suggeritrice’, un angelo caduto nel momento stesso della sua ascesa, viene disarmata e allucinata da ‘ciò che è fatto e non può essere disfatto’: sarà inghiottita viva dalla nebbia della stessa natura permeabile che accoglie Ofelia, sottraendola pietosamente dalla scena prima della punizione finale riservata alla controparte maschile, da cui solo il delirio può separarla. L’intimità dei due protagonisti arricchisce la dinamica delle loro interazioni di una carica sessuale morbosa e sofferente, rendendo più plastiche e autentiche due figure che già Shakespeare voleva unite imprescindibilmente in un nodo oscuro di amore e morte, vincolo tragico per eccellenza. Il lessico del delitto e del castigo, richiamato insistentemente dal testo poetico, trova la sua traduzione visiva più efficace nella potente scena dell’ultimo scontro finale, immerso in una nebbia rovente infestata dagli spiriti degli uccisi, una sorta di duello infernale nell’anticamera della dannazione eterna. La lentezza di alcune scene è giustificata sia dal rispetto mostrato dal regista verso la natura originaria del teatro di parola shakespeariano, che affidava gran parte del senso e della trama alle parole più che all’azione scenica, sia alla scelta meditata di adottare per la narrazione un tono dolente ed incredulo, che avanza col passo lento e greve di una marcia funebre fino al finale di morte che solo può interrompere la follia di Macbeth. L’intero film è un progetto di estrazione a freddo di quella domanda che scorre come una vena sottocutanea lungo tutto il dramma shakespeariano: perché? Come è possibile che un uomo onesto e valoroso si trasformi nell’arco di poche ore in un assassino a sangue freddo, prima ancora che in mandante di stragi e tiranno senza scrupoli? La risposta di Kurzel, come quella di Shakespeare, non arriva. Ciò che emerge dal suo lavoro, invece, è una nota di profonda pietà per l’uomo che è vittima di se stesso e dell’ossessione di un mondo in cui prestigio e grandezza sono le uniche garanzie di vita e di immortalità.

Amelia

La mia è una di quelle case borghesi in cui non può mancare il calendario di trecentosessantacinque pagine, quello con tutte le informazioni riguardanti il giorno in questione che circondano un enorme numero rosso proprio al centro della pagina.

Una di queste informazioni è, neanche a dirlo, il santo del giorno. Per vostra informazione e a vostro esclusivo beneficio, sappiate che il 5 gennaio è sant’Amelia. Wikipedia dice che, tra le poche cose che si sanno di lei, si sa per esempio che fu una martire ispanica del quarto secolo, la quale fece una gran brutta fine – porella – durante le persecuzioni di Diocleziano.  Ora, non è che io mi metta a curiosare sulla vita di santi martiri e chierichetti ogni giorno dell’anno; ho fatto un’eccezione per questa santa in particolare perché, anche se impropriamente, sento la festa di sant’Amelia un po’ come il mio onomastico mancato.

Non mi chiamo Amelia, sia chiaro. Dovete sapere, però, che mia nonna amava i nomi antichi. E Amelia, almeno dal mio punto di vista, è decisamente uno di quei nomi. A ben pensarci, in realtà, non doveva sembrare per nulla antico a mia nonna, ma almeno questa è tutta una questione di prospettive: essendo nata nel 1926, era piuttosto antica anche lei.

Santi a parte, Amelia è anche il nome di una città dell’Umbria, precisamente in provincia di Terni, ancor più precisamente al confine con il Lazio; i suoi abitanti, chissà come mai, si chiamano amerini, saltando completamente la l. Negli Stati Uniti ci sono altre due città che si chiamano Amelia, una in Louisiana e l’altra in Ohio. Amelia è anche il nome di uno dei crateri meteoritici di Venere (scopro adesso che Venere ha delle cose chiamate crateri meteoritici; non c’è niente da fare, sono sempre l’ultima a sapere le cose); 986 Amelia è il nome di un asteroide scoperto nel 1922 da un tizio che le diede il nome di sua moglie (un po’ bizzarra la scelta di chiamare una povera bimba Novecentottantasei, ma son gusti). Nel 1751 Henry Fielding scrisse un romanzo intitolato – lo indovinereste mai? – “Amelia”. In medicina, l’amelìa indica l’assenza congenita (fin dalla nascita) di uno o più arti. Amelia si chiamano una papera fattucchiera di Paperopoli, un personaggio della serie cinematografica Underworld e la protagonista di una serie di libri di una tizia che si chiama Marissa Moss ma di cui non so dirvi molto altro. Nel 1976, Joni Mitchell decise che Amelia era un nome buono come un altro per scriverci una canzone – ascoltare per credere: Amelia by J. Mitchell). Fra le celebrità che hanno portato questo nome ricordiamo: Amelia Edith Barr, scrittrice britannica che però si stufò del tè delle cinque e se ne andò in America; Amelia Chellini, nome d’arte di Amelia Creti, attrice italiana della prima metà del secolo scorso famosa per un sacco di film e per nessuno in particolare; Amelia Dyer, meglio conosciuta come Jill the Ripper, un’inquietante nonché brutta-come-la-fame Signora Ammazzatutti; Amelia Earhart, aviatrice statunitense che tentò un eroico giro del mondo negli anni Trenta del Novecento; Amelia Valli, nome di battaglia dell’on. Gisella Floreanini, partigiana, musicista, insegnante e politica italiana – insomma una che voleva far tutto lei e ci riusciva anche benino.

Amelia era il nome a cui mia nonna aveva pensato per me. Avendo avuto due figlie e avendole chiamate con nomi abbastanza normali come Antonia e Maria, probabilmente aveva pensato che sua nipote meritasse un nome più aristocratico. L’ultima parola tuttavia andò ai miei genitori, i quali decisero che no, mi avrebbero dato un altro nome. Vi è mai capitato di sentirvi scomodi nel vostro nome? nella vostra casa? nel vostro letto? nella vostra pelle, perfino? La cosa veramente buffa della vita è questa: passi tutto il tempo a cercare di essere qualcuno, mentre convinci gli altri di essere qualcun altro e te stessa di essere o voler essere o credere di poter essere qualcun altro ancora; e, quando pensiamo di aver raggiunto l’identità di quel qualcuno che avevamo in mente, quel qualcuno che siamo non è il qualcuno che sappiamo che saremmo dovuti essere. D’altra parte, la vita è così: una barzelletta raccontata male fra una tettarella e un colpo di tosse – e noi siamo qui in mezzo, impossibilitati a cambiare questi due estremi e tutto ciò che contengono al loro interno. Io sarei dovuta essere Amelia, ma non lo sono e mai lo sarò. Mi domando se un’Amelia passerà mai di qua a leggere queste righe scritte poco dopo l’una del mattino di una fredda notte di gennaio. Se passi di qua, Amelia cara, lascia un saluto.

Al prossimo caffè.

 

C’era una volta un blog

C’era una volta un blog che si chiamava esattamente come questo.

Ero io a scriverlo. Lui si limitava a starsene lì a farsi scrivere; qualche volta capitava anche che qualcuno lo leggesse, o rileggesse (per lo più la sottoscritta).

Un bel giorno smisi di scriverlo. Non se ne lamentò. Poi Splinder chiuse. Non si lamentò neanche di quello. Sono quasi certa che non se ne accorse neppure.

In quel blog, che si chiamava esattamente come questo, raccontavo l’ultimo, fantozziano anno della mia vita da liceale in una città della provincia italiana. Sono passati sei anni dal mio ultimo post; ne sono passati trentasei dal giorno della mia laurea, e ne mancano solo cinque al nuovo anno. Vivo ancora nella mia città di provincia, che al momento conta trentaquattromilaottocentosessantasei abitanti inclusa la qui scrivente e si trova a duecentosessantacinque metri sul livello del mare, tra le colline piene di paesini e il mare Adriatico.

Io ho venticinque anni, sono alta centosessantadue centimetri e finora ho scritto centosessantacinque parole per complessivi ottocentocinquantadue caratteri (spazi esclusi) suddivisi su cinque paragrafi solo per dire che, col vostro permesso, mi piacerebbe ricominciare a scrivere quel blog che non è più lo stesso, ma che si chiamava esattamente come questo.